Published On: lun, Ott 15th, 2012

Come scrivere un romanzo

Ad una certa età tutti abbiamo fatto un buon romanzo; non si tratta altro che di scriverlo . (Il pensiero dello scrittore ottocentesco Salvatore Farina)

Così esordiva lo scrittore Salvatore Farina nella prefazione al suo racconto Il numero 13 uscito nel 1895 a Milano. Se agli occhi dei più potrebbe risultare come un autore di poco conto, alla sua epoca egli era abbastanza famoso. Salvatore Farina nacque nel 1846 a Sassari per poi trasferirsi in Piemonte. Dopo aver sposato la “buona” Cristina, l’uomo si stabilì a Milano dove intraprese la sua carriera di scrittore grazie alle amicizie intessute con autori del calibro di Verga e De Amicis. La sua carriera di scrittore e giornalista fu molto prolifera e viene annoverato tra i fondatori principali del Corriere della sera. Morì nel 1918 e, attualmente, è sepolto nel Cimitero Monumentale di Milano. Sulla sua tomba si legge: Salvatore Farina nel giorno X del MDCCCXLVI accese in terra un’umile sua fiammella per illuminare il suo bene ed amarlo, la spense per meglio sognarlo, aspettando la luce nuova, invoca sacro silenzio dagli amici, ridesto per le infinite vie a ricercare altro bene amandolo sempre.

Egli spiegava che un romanzo può essere realizzato a tutte le età da giovani come da anziani ma il risultato sarà migliore se si sono accumulate esperienze e un po’ di anni alle spalle. Farina, infatti, pensava che i romanzi scritti da ventenni fossero un’insieme di parole e pensieri presi in giro qua e là. Questo perché l’uomo giovane non ha vissuto ancora le passioni della vita oppure ne ha avute poche per poterne parlare. L’autore scriveva che soltanto con l’esperienza e la virilità si può scrivere un romanzo ben condito. Nonostante ciò, la lirica giovanile dei grandi poeti rimarrà sempre attuale e viva perché essi sono stati in grado di narrare in modo sincero e impertinente storie difficili. Attraverso i loro versi, quei giovani poeti sono stati in grado di mostrarsi ai lettori senza veli. Cosa che non sarebbe stata loro possibile se avessero scelto la prosa.

L’autore scriveva di amare anche la poesia scritta in età adulta che sembrava molto simile a quella dei poeti giovani. Nello specifico, egli si riferiva a Anacreonte, Goethe e Victor Hugo. Ciò che lui apprezzava era la sincerità dei loro versi mentre la poesia senile lo rattristava. Farina credeva che la lirica doveva essere lasciata all’uomo soltanto fino ai trent’anni e dopo i sessanta. Nell’intervallo gli scrittori avrebbero dovuto dedicarsi alla prosa e al romanzo. Giustificava questa affermazione dicendo che l’uomo dopo i trent’anni aveva molteplici interessi e, anche il poeta più sfaccendato, dopo un certo numero di lavori veniva poi coinvolto nella vita mondana perdendo di vista la natura ed i sentimenti ma anche la sincerità che caratterizzava i suoi scritti giovanili. Era raro trovare uno scrittore che non fosse stato assoggettato ai voleri della politica. Lo scrittore adulto era sì in grado di scrivere versi sonori ma aveva perso la sua indole da poeta. La sincerità e la poesia, secondo Farina, si riacquistano sui sessant’anni.

Quando un giovane, attorno ai venticinque anni d’età, decide di scrivere un romanzo deve riuscire a capire se la sua è un’indole romantica, idealista, realista, verista o impressionista. Per lo meno stando a quanto scriveva Farina. Il consiglio che dava agli scrittori in erba era di seguire se stessi perché le mode passano mentre resta la sostanza. L’importante è che quello che si ha intenzione di scrivere sia di valore e piuttosto attraente. Di fondo deve esserci una certa veridicità e bellezza. Questo perché un giorno la critica letteraria dichiarerà che i romanzi devono essere impersonali, l’altro invece, che espongano un punto di vista soggettivo. La critica spesso si contraddice e quindi è meglio rimanere fedeli a se stessi piuttosto che starla a sentire. Guardare all’interno della propria anima potrebbe risultare la strategia vincente piuttosto che guardare quali sono le tendenze del settore. L’autore suggerisce di guardare a fondo dentro se stessi tenendo conto anche di quegli elementi che, a prima vista, potrebbero sembrare fuori luogo e inopportuni. Evitare di cercare cose nuove è un altro consiglio dell’autore. La natura, secondo lui, non ha cose nuove da offrire ma le cose vecchie vanno analizzate dagli scrittori in erba sotto prospettive diverse, sia che siano vicine sia che siano lontane in modo da sembrare totalmente nuove agli occhi di chi legge. Coloro che si soffermano insistentemente sul voler ricercare qualcosa di nuovo troveranno solo cose strane e difettose.

Gli scrittori non dovrebbero tralasciare neanche l’importanza delle scuole perché grazie ad un’adeguata formazione si potranno evitare errori madornali al romanzo. Le scuole, infatti, aiutano, grazie allo studio degli altri scrittori, ad imparare nuovi vocaboli. Ovviamente non perdendo di vista i propri obiettivi e cercando di non perdersi in descrizioni che potrebbero risultare farraginose al lettore. La sobrietà prima di tutto.

Nel momento in cui si hanno tutte le conoscenze necessarie per iniziare la stesura del proprio racconto, Farina scrive che potrebbe essere utile scrivere (anche se oggi ci si serve dell’ausilio di computer e tablet) ad una sola facciata. La prima pagina, infatti, viene dedicata alla stesura del romanzo, alla seconda, invece, i pentimenti, le aggiunte e le correzioni. Un problema che potrebbe sopraggiungere riguarda il parlare in prima o in terza persona nel corso della narrazione. Potrebbe risultare più facile allo scrittore che si appresta a scrivere per la prima volta, di narrare di cose e persone di cui ha sentito parlare o che, comunque, non sono a lui molto vicine. Quindi in terza persona. Si accosta, in questo modo, alla realtà. Se utilizza il tempo presente il lettore può essere più curioso riguardo la storia raccontata.

Certo se narra in prima persona la narrazione risulta più spontanea e verosimile anche se il lettore potrebbe diffidare dalla storia perché sa che il compito del romanziere è quello di raccontare. Ecco perché spesso il romanziere si accontenta di quella che Farina chiama verosimiglianza minore scrivendo in terza persona. L’uso della prima persona è utile soprattutto, se i fatti da narrare sono brevi e semplici. Perché il protagonista è il narratore migliore.

Un altro punto che l’autore discute è l’attacco. Meglio iniziare con il canonico C’era una volta oppure no? Se si descrive la scena in cui ci si trova si riesce a far entrare il lettore meglio nella narrazione e a sedurlo sin dalle prime righe. È bene preparare un ambiente per fare in modo che la narrazione sia quanto più verosimile possibile. Non bisogna dilungarsi troppo, però, perché il lettore altro non aspetta che l’azione. Le descrizioni vanno spalmate nel corso di tutta la narrazione introducendo qua e la qualche notizia ulteriore. Un po’ proprio come fa la vita vissuta. Se entriamo per la prima volta in una stanza vediamo dapprima se è luminosa o meno e, un po’ alla volta, ci soffermiamo su tutti gli oggetti che in essa sono contenuti. Se vi entrassimo un’altra volta, a distanza di qualche giorno, vedremo cose che non avevamo notato prima.

Una volta scritto il primo capitolo, gli altri verranno in automatico e saranno letti con grande interesse sempre se lo scrittore non ha dimenticato la semplicità e la malizia dell’attacco proprio come scrisse lo stesso Farina in un suo lavoro: l’uomo ancor che dica il contrario, per sua intima coscienza, odia la perfezione, e sempre s’innamora d’un difetto.

Lasciare da parte gli orpelli sarebbe meglio perché forse, così facendo si può ingannare il lettore sprovveduto ma quello avveduto rintraccerà nel vostro libro una misera pomposità. Dunque, meglio non abusare delle parole. Comunque, coloro che hanno studiato bene lingua e stile possono farne mostra sin dalle prime righe del proprio racconto. Anche se è difficile, in primo luogo, riuscire anche ad attrarre il lettore con semplicità.

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